Addio George Best
Ufficio Stampa F.C. Internazionale
George Best lascia il campo, non ha vinto l’ultima partita. Giacinto Facchetti, qualche giorno fa, gli aveva scritto. Vinci anche questa, George, hai sempre saputo vincere. Un’email privata fra due icone del calcio, due conquistatori, agli antipodi. Un re della notte e un principe del fair play. Best se n’è andato lasciando un testamento morale di contraddizioni. Dal suo letto al Cromwell Hospital di Londra, ha detto ai giovani di non avvelenarsi con l’alcool che gli ha bruciato un fisico predestinato al paradiso calcistico. Ma al mondo ha detto, ho avuto tutto, donne, alcool e successo. Vado in pace. Come dire, non fate come me, ma rispettate quello che ho fatto. Una mia scelta. Non compiangetemi e non copiatemi. Era unico e lo resta, vincitore con il Manchester United di due campionati e una Coppa dei Campioni, Pallone d'oro nel '68, trentasette presenze con la Nazionale dell’Irlanda del Nord, dove era nato a Belfast il 22 maggio 1946, figlio degli anni sessanta, il quinto dei Beatles, lo chiamavano così.
George Best lascia il campo, non ha vinto l’ultima partita. Giacinto Facchetti, qualche giorno fa, gli aveva scritto. Vinci anche questa, George, hai sempre saputo vincere. Un’email privata fra due icone del calcio, due conquistatori, agli antipodi. Un re della notte e un principe del fair play. Best se n’è andato lasciando un testamento morale di contraddizioni. Dal suo letto al Cromwell Hospital di Londra, ha detto ai giovani di non avvelenarsi con l’alcool che gli ha bruciato un fisico predestinato al paradiso calcistico. Ma al mondo ha detto, ho avuto tutto, donne, alcool e successo. Vado in pace. Come dire, non fate come me, ma rispettate quello che ho fatto. Una mia scelta. Non compiangetemi e non copiatemi. Era unico e lo resta, vincitore con il Manchester United di due campionati e una Coppa dei Campioni, Pallone d'oro nel '68, trentasette presenze con la Nazionale dell’Irlanda del Nord, dove era nato a Belfast il 22 maggio 1946, figlio degli anni sessanta, il quinto dei Beatles, lo chiamavano così.






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